15 febbraio 2018

Tessono tele e girano i fusi - Odissea, Omero


Un filo d'oro (1885)
John Melhuish Strudwick (Inghilterra, 1849-1937)
olio su tela, cm. 72.4 x 42.5
Tate Gallery - Londra



Cinquanta ancelle erano in casa d' Alcínoo:
alcune scon mole moliscano 2 giallo frumento,
altre tessono tele e girano i fusi,
sedute, simili a foglie d'altissimi pioppi:
dalle tele in lavoro goccia limpido l'olio 3

(Omero, Odissea, VII, 103-107)

1 - donne
2 - macinano
3 - dai fili sospesi del telaio stilla fluido olio


[1] Il tema del tempo viene affrontato in due parti collegate. Qui sotto, le tre Parche girano il filo della vitaSopra, una ragazza e il suo amante stanno parlando. E 'la loro felicità che viene determinata dalle Parche: una campana con i suoi rintocchi in una torresimboleggia il passare del tempo, e la macchina di amore sta aspettando nel cielo. Strudwick fu allievo di Burne-Jones, la cui influenza si sentiva chiaramente in figura.

Rames Gaiba
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14 febbraio 2018

Carnaby Street - Londra


Carnaby Street - Londra (anni '60)

Strada nel quartiere londinese di Chelsea, centro della moda e della musica di un tempo che fu (oggi è meno alternativa, e vi trovate ancora per il vostro shopping negozi di grandi catene e ristoranti, e pochi negozietti indipendenti), luogo preferito da coloro che portavano i pantaloni a zampa d'elefante o la minigonna. Iniziò tutto alla fine degli anni '50 quando John Stephen (1934-2004), giovane fashion designer divenne un icona della moda inglese degli anni sessanta con la sua "peacock revolution." (rivoluzione del pavone). Conosciuto per i suoi disegni sgargianti e colorati, vestì artisti del calibro dei Beatles e dei Rolling Stones. Il suo successo iniziò nel 1957 aprendo un primo negozio al numero 5 Carnaby Street (ne seguirono altri in tutta Londra) e che gli diede l'appellativo di "The King of Carnaby".





Rames Gaiba
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13 febbraio 2018

LA CULTURA DEI COTONI IN ITALIA - AGOSTINO TODARO (1877-78) le XII tavole illustrate

Difficilmente accade di imbattersi in opere botaniche strettamente connesse alle applicazioni agricole e all'economia industriale. L'opera sui cotoni di Agostino Todaro rientra fra esse. Infatti, rappresenta una rassegna analitica di conoscenze e di nuove originali acquisizioni densa di annotazioni e spunti critici che, nell'insieme, evidenzia il ruolo di un'istituzione nata per supportare la didattica e la ricerca scientifica che si andava delineando in molte istituzioni botaniche italiane ed europee, ma anche, e soprattutto, la ricerca finalizzata allo sviluppo dell'agricoltura e dell'industria.

E il professore Todaro certamente non tradisce questo originario indirizzo dell'Orto botanico palermitano che egli stesso curò e diresse dal 1856 al 1892 e che, mercé la sua opera, venne conosciuto e apprezzato in tutto il mondo.

E' noto l'interesse del Ministero di Agricoltura Industria e Commercio nei riguardi dell'industria produttiva del cotone dell'Italia meridionale e della Sicilia, che coincise con lo sforzo (rivelatosi poi purtroppo vano) compiuto dagli organi responsabili dello Stato Italiano per continuare a mantenere l'industria del cotone e quella della sua tessitura nelle condizioni di prosperità da cui, sia l'una che l'altra, erano state contrassegnate a partire dagli anni nei quali, a causa della guerra di secessione americana, svoltasi tra il 1861 e il 1865, era venuto meno l'esportazione verso l'Europa del cotone prodotto dagli Stati Uniti d'America in notevole quantità e in qualità di gran lunga superiore a quello coltivato nel vecchio mondo, dall'India all'Egitto, dalla Turchia alla Grecia, dalle isole del Mediterraneo alla Spagna e all'Africa settentrionale.

Nella "Relazione sulla cultura dei cotoni in Italia seguita da una monografia del genere Gossypium" di Agostino Todaro, pubblicata a Roma e a Palermo nel 1877-78, vengono minuziosamente descritte ben 56 specie e 28 varietà di cotoni fra cui 23 specie e 27 varietà tutte dell'autore. non tutte le specie e le varietà di cotoni del Todaro sono oggi ritenute valide. Ma il contributo dello studioso alla tassonomia del genere Gossypium viene tuttora considerato un importante punto di riferimento per il lavoro di revisione.

Alle illustrazioni lavorarono P.F. Rivas - autore anche del prezioso frontespizio anticipatore di quello che sarà lo stile floreale che si diffonderà successivamente - A. Terzi e A. Ficarotta, principale curatore  dell'iconografia todoroana.

L'opera è stata ristampata nel 1995, in un unico volume ingrandendo le proporzioni originarie del testo e riducendo quelle delle tavole senza tuttavia alterarne, sia le immagini sia i relativi effetti cromatici.   


Frontespizio dell'opera del 1877-78




Tavola I



Tavola II




Tavola III


Tavola IV


Tavola V



Tavola VI



Tavola VII



Tavola VIII




Tavola IX



Tavola X


Tavola XI



Tavola XII




Rames Gaiba
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6 febbraio 2018

Quando é moda é moda - G. Gaber


opera di Roberto Agostini - © Copyright


Quando é moda é moda

Questa canzone di Giorgio Gaber fa parte dell'album "Polli di allevamento" del 1978,
è la registrazione integrale dell'omonimo spettacolo proposto da Gaber nella stagione teatrale 1978/1979, effettuata al Teatro Duse di Bologna il 18 ottobre 1978. I brani sono di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, mentre gli arrangiamenti sono firmati da Franco Battiato e Giusto Pio. La struttu
ra dello spettacolo è quella del teatro canzone, che prevede l'alternarsi di canzoni e di monologhi di varia durata (questa è la canzone finale dello spettacolo).

"Polli di allevamento" è considerato uno dei lavori di Gaber più provocatori e dibattuti, in quanto prende di mira il movimento giovanile di quegli anni, accusato senza mezzi termini di velleitarismo e conformismo. La canzone finale "Quando è moda è moda", è accompagnata da uno scroscio di applausi ma anche da lunghi fischi.

Perché iniziare un album con questa canzone? Perché questa Canzone-Teatro nel suo testo ci parla degli atteggiamenti dei giovani, di un "costume" di una società che è cambiata, e ne trascrive le parole e le registra.





Quando è moda è moda

Mi ricordo la mia meraviglia e forse l'allegria
di guardare a quei pochi che rifiutavano tutto
mi ricordo certi atteggiamenti e certe facce giuste
che si univano in un'ondata che rifiuta e che resiste.
Ora il mondo è pieno di queste facce
è veramente troppo pieno
e questo scambio di emozioni, di barbe, di baffi e di chimoni
non fa più male a nessuno.

Quando è moda è moda, quando è moda è moda.
Non so cos'è successo a queste facce, a questa gente
se sia solo un fatto estetico o qualche cosa di più importante,
se sia un mio ripensamento o la mia mancanza di entusiasmo
ma mi sembrano già facce da rotocalchi,
o da Ente del Turismo.

Quando è moda è moda, quando è moda è moda.
E visti alla distanza non siete poi tanto diversi
dai piccolo-borghesi che offrono champagne e fanno i generosi
che sanno divertirsi e fanno la fortuna e la vergogna
dei litorali più sperduti e delle grandi spiagge
della Sardegna.

Quando è moda è moda, quando è moda è moda.
E anche se è diverso il vostro grado di coscienza
quando è moda è moda non c'è nessuna differenza
fra quella del play-boy più sorpassato e più reazionario
a quella sublimata di fare una comune
o un consultorio.

Quando è moda è moda, quando è moda è moda.
Io per me se c'avessi la forza e l'arroganza
direi che sono diverso e quasi certamente solo
direi che non riesco a sopportare le vecchie assurde istituzioni
e le vostre manie creative, le vostre innovazioni.
Io sono diverso,
io cambio poco, cambio molto lentamente
non riesco a digerire i corsi accelerati da Lenin all'Oriente
e anche nell'amore non riesco a conquistare la vostra leggerezza
non riesco neanche a improvvisare e a fare un po' l'omosessuale
tanto per cambiare.

Quando è moda è moda, quando è moda è moda.
E siete anche originali, basta ascoltare qualche vostra frase
piena di parole nuove sempre più acculturate, sempre più disgustose
che per uno normale, per uno di onesti sentimenti
quando ve le sente in bocca avrebbe una gran voglia
che vi saltassero i denti.

Quando è moda è moda, quando è moda è moda.
Io per me se c'avessi la forza e l'arroganza
direi che non è più tempo di fare mischiamenti,
che è il momento di prender le distanze
che non voglio inventarmi più amori
che non voglio più avervi come amici, come interlocutori.
Sono diverso e certamente solo
sono diverso perché non sopporto il buon senso comune
ma neanche la retorica del pazzo
non ho nessuna voglio di assurde compressioni
ma nemmeno di liberarmi a cazzo
non voglio velleitarie mescolanze con nessuno
nemmeno più con voi
ma non sopporto neanche la legge dilagante
del "fatti i cazzi tuoi".
Sono diverso, sono polemico e violento
non ho nessun rispetto per la democrazia
e parlo molto male di prostitute e detenuti
da quanto mi fa schifo chi ne fa dei miti
Di quelli che diranno che sono qualunquista non me ne frega niente:
non sono più compagno né femminista Iolo militante,
mi fanno schifo le vostre animazioni, le ricerche popolari
e le altre cazzate;

e finalmente non sopporto le vostre donne liberate
con cui voi discutete democraticamente
sono diverso perché quando è merda è merda
non ha importanza la specificazione:
autisti di piazza, studenti, barbieri, santoni, artisti, operai,
gramsciani, cattolici, nani, datori di luci, baristi,
troie, ruffiani,
paracadutisti, ufologi...

Quando è moda è moda, quando è moda è moda.


Rames Gaiba
© Riproduzione riservata




23 gennaio 2018

TABARRO

Tabarro - l'origine del termine è molto incerta; chi lo fa derivare dal latino medioevale tabarrus, chi invece dal francese antico tabart, e chi ancora dal latino tabae.

Ampio mantello, da uomo (ma oggi la moda lo presenta anche per la donna), rotondo, a ruota, lungo fino al polpaccio in tessuto pesante in lana spesso reso impermeabile, con bavero e pellegrina. Per fare un tabarro sono necessari sei metri di tessuto. Il tabarro è formato da una ruota perfetta che bisogna tagliare in coppia; una sola cucitura passa lungo la schiena, per il resto non serve in quanto la stoffa è a "taglio vivo", avendo il tessuto una particolare compattatura che permette appunto di tagliarla senza dover cucire i bordi per evitare la sfilacciatura. Chiuso sul petto da due bottoni che si chiamano “gangheri, che riproducono "mascheroni" veneziani (preferibilmente in argento), volendo con il collo di astrakan. Può essere di modello classico lungo fino al polpaccio o più corto per andare a cavallo o in bicicletta. Va indossato sull'abito. Questi viene indossato chiuso  buttando un'estremità sopra la spalla opposta in modo da avvolgerlo intorno al capo.Il Tabarro ha una storia centenaria. In uso ancora,  come capo popolare indossato  dagli abitanti nella pianura padana, dove sulle rive del Po (Italia settentrionale) il tabarro è rimasto uno stile di vita fino al  dopoguerra e non è difficile ancor oggi  incontrare uomini intabarrati. Molto diffuso negli anni '60 questo capo ogni tanto è "rivisto" dagli stilisti contemporanei.

Uomini "intabarrati" nella campagna pianura padana




Identificabile con il tabarro è il vecchio ferraiolo (ferraiol in Veneto). In Romagna il tabarro è capparela.

STORIA - A partire dal 1300 era indossato solitamente da persone importanti come medici, magistrati, ecclesiastici, caratterizzato da grandi strisce di stoffa attaccate al cappuccio. Come nel secolo precedente continuerà a far parte delle sopravvesti maschili: pesante, con o senza fodera in pelliccia.


Rinuncia di San Francesco ai beni paterni (1452)
Benazzo Gozzoli (Firenze, 1420 - Pistoia, 1497)
affresco, chiesa di San Francesco a Montefalco, Perugia  

Nel 1500 si definisce tabarro una giacca elegante con maniche e aperta sul davanti, usata specialmente dagli scudieri del Doge di Venezia, che la portavano gettata sulle spalle senza infilare le maniche. Sempre nel 1500 era anche un grossolano indumento con cappuccio e cinto in vita, portato dai galeotti e dalla povera gente. Nel 1700 il tabarro diventa anche una sopravveste femminile più corta e leggera, spesso di colori chiari, detto tabarrino. Nel 1800, infine, si trasforma in un ampio mantello di uso borghese, completamente rotondo, con collo risvoltato e mantellina lunga quasi fino al gomito. Veniva indossato dagli uomini sull'abito o sul cappotto, ed era lasciato cadere diritto o rialzato da un lato per avvolgerlo intorno alle spalle con ampio panneggio. Di solito era grigio o nero.


Tabarro a Venezia 

Il tabarro inoltre divenne il capo prediletto degli anarchici che ne fecero un simbolo di ribellione distinguibile dall’aggiunta di un grande fiocco nero come allacciatura sotto il mento.
Anche i contrabbandieri lo utilizzavano spesso, probabilmente per nascondere mercanzia al di sotto di esso.


Il bevitore di assenzio (1858)
Edouard Manet (Parigi, Francia, 1832-1883)
olio su tela, cm. 180.5 x 105.6
Ny Carlsberg Glyptotek - Copenaghen, Danimarca

Qui il soggetto in tabarro non è ritratto in una rigida postura, come si usava allora, ma in una posa quotidiana, per ottenere una resa più realistica.   

RIF. LETTERARIO - "Il Prete da Varlungo si giace con monna Belcolore; lasciale pegno un suo tabarro; e accattato da lei un mortaio; il rimanda e fa domandare il tabarro lasciato per ricordanza; rederlo proverbiando la buona donna." Giovanni Boccaccio - Decameron; Giornata ottava, Novella seconda.

     

Leggendo i vari Don Camillo di Guareschi, nei racconti ambientati durante l’inverno si legge spesso che “Don Camillo, preso il pesante tabarro, se ne avvolse e inforcò la bicicletta…”. Segno evidente dell’uso quotidiano dell’indumento nella "bassa" Emilia (ma anche in Romagna ed in Veneto).

Giovannino Guareschi con tabarro e nebbia (1953)


CURIOSITÀ - “Uscire dai gangheri”. Questo modo di dire vuol dire che una persona si è arrabbiata davvero. Questa è una espressione strettamente legata al tabarro. Per trattenere questo capo sulle spalle, si applicano ai lati del colletto “I Mascheroni” che sono placche generalmente argentate, unite da una catenella. Nei tabarri d'uso popolare il gancio che ha questa funzione si chiama “ganghero”. Da qui uscire dai gangheri”, quando una persona molto arrabbiata a causa dell'ingrossamento delle vena del collo, faceva uscire questo gancio.


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A Santa Vittoria, frazione di Gualtieri (Reggio Emilia) nella piazza-giardino antistante lo storico Palazzo Greppi hanno dedicato al Tabarro un monumento.



monumento al Tabarro - Santa Vittoria, Gualtieri, Reggio Emilia
scultore ed architetto Antonio Pastorini, 2010 [1]


[1] Antonio Pastorini progettò il primo stabilimento di Max Mara (nota azienda abbigliamento femminile) nel 1960



Rames Gaiba
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16 gennaio 2018

ACCAPPATOIO

Accappatoio - il nome deriva da cappa.

1. Capo unisex in tessuto di spugna, in ciniglia o in cotone a nido d'ape, tutti materiali che hanno la proprietà di avere un facile assorbimento dell'acqua e di asciugare perfettamente la pelle. Dal taglio semplice e confortevole, può essere lungo alla caviglia o corto al ginocchio o alla coscia; è aperto sul davanti, con le due parti che si sovrappongono e sono chiuse da una cintura legata in vita a fiocco, con maniche lunghe. Può avere tasche applicate, con o senza cappuccio ed in tal caso con collo a scialle. Si indossa generalmente dopo il bagno, anche al mare. 

    

Francese: sortie de bain - Inglese: bath-robe; bath-wrap - Tedesco: bademantel - Spagnolo: salida de baño


STORIA - Se ne ha notizia la prima volta nell'elenco della raccolta dotale di Bianca Maria di Savoia, sposa nel 1512 di Massimiliano Sforza: i suoi accappatoi erano ricamati in oro.

2. Mantello di mussola bianca, che una volta, le donne indossavano per acconciarsi i cappelli.
   


Rames Gaiba
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15 gennaio 2018

SALOPETTE

Salopette - voce francese da salopèt, di provenienza norvegese, che significa "tuta".


Pantaloni lunghi e larghi che continuano in una pettorina (a volte con una seconda parallela nel mezzo del di dietro) sostenuta da →bretelle, che s'incrociano sulla schiena per agganciarsi sul dietro dei calzoni, fermate da bottoni o fibbie con bottone a pressione, o con corpetto senza maniche. Tasche sulla pettorina e sui pantaloni. È un capo d'abbigliamento, comunque, diverso dalla tuta.  

Indumento unisex, originariamente da lavoro, utilizzato (anche nell'abbigliamento per l'infanzia) dalle versioni sportive in denim o altri tessuti o imbottite per lo sci, a quelle decisamente più eleganti. Capo preferito dalla moda pre-maman.  


Italiano: salopette - Inglese: overall; dungaree - Tedescoübungsanzug - Spagnolo: chandal. Il termine, oggi, è appartenente al linguaggio internazionale dell'abbigliamento.  

Il corrispondente termine inglese, dungaree, viene dall'hindi dungri, una grezza tela di cotone calicò.

STORIA - All'inizio del ventesimo secolo la salopette nasce come indumento da lavoro, Fu adottata dalle donne durante le due guerre mondiali. Alla fine degli anni '40 e all'inizio degli anni '50 venne di moda quella confezionata in denim. Passa alla moda casual e sportiva verso gli anni '60, dove il vestire informale diventa simbolo di libertà, per arrivare ad oggi nelle versioni più diverse.








Rames Gaiba
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12 gennaio 2018

SFILATA

Sfilata - da sfilare, da fila.

Nella terminologia della moda è la sfilata attraverso cui avviene la presentazione dei modelli di una Casa di moda o sartoria; essa è al tempo stesso uno strumento di comunicazione in quanto, suo tramite, mercato ed addetti ai lavori (licenziatari, buyers e i media) vengono informati su una collezione, ma anche di promozione visto che viene data la possibilità ai compratori di convincersi per i loro acquisti. L'ambiente, la coreografia, la scenografia, la musica, il casting, la regia, la presentazione, l'organizzazione, le modelle e i modelli, i capi presentati sono tutti aspetti che supportano in maniera determinante questo veicolo comunicazionale-promozionale; è appunto sfilata dopo sfilata che stilisti ed imprese costruiscono la loro immagine presso il pubblico e si conquistano spazi nel mercato della moda.

Tradizionalmente le sfilate di moda avvengono due volte all'anno, in quanto la loro funzione principale è aprire, con circa sei mesi di anticipo, il nuovo ciclo stagionale: le collezioni per l'autunno/inverno si presentano a gennaio/febbraio, le collezioni per la primavera/estate si presentano a settembre/ottobre prima l'uomo e poi l donna; con questi tempi di presentazione delle collezioni i clienti avranno la possibilità di ordinarle, le imprese di produrle e consegnarle ai punti vendita, i consumatori d' acquistare.

Le sfilate normalmente vengono fatte in punti vendita, in alberghi, in appositi spazi durante le fiere o in occasione di riprese televisive, negli stessi showroom.

Si usa anche il corrispondente francese →defilé.

Francese
: defilé de mode; Inglese: fashion show; Tedesco: modenschau; Spagnolo: desfile de moda


défilé de moda à Hangzhou, Cina


STORIA - Nel 1858 Charles Frédéric Worth, sarto inglese trasferitosi a Parigi, sarà il primo a mostrare alle sue clienti abiti già pronti, facendoli indossare da giovani ragazze chiamate "sosie", sono le prime indossatrici. 





Rames Gaiba
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11 gennaio 2018

YVES SAINT LAURENT ED I SUOI CARTONCINI DI AUGURI "LOVE"

Questi sono i carte de vœux disegnati da Yves Saint Laurent (Orano, Marocco, 1936 - Parigi, Francia, 2008), che furono realizzati in gran parte in Marocco, in quello che è stato uno dei suoi grandi amori.

Questi cartoncini di auguri li inviava ai suoi famigliari e amici, a partire dal 1970 fino al 2007 e lo ha fatto, continuando a diffondere l'amore, ogni anno per più di 30 anni. Solo nel 1978 e nel 1993, ha smesso di inviarli; quegli anni sono stati indicati come “gli anni senza amore”.

Per Saint Laurent, il concetto di amore e il suo simbolo, il cuore, erano sempre essenziali. Una delle sue frasi era “senza un'eleganza del cuore, non c'è eleganza”. In tutte le carte ci sono due elementi fissi, l'anno in cui sono stati inviati e la parola Amore.  

Art déco, ispirazione Matisse o Warhol, disegnati con la tecnica del collage, colorati e dalla grafica ardita: i poster Love racchiudono gli oggetti vicini e cari allo stilista, come il suo bulldog Mugik (1991 e 2002) e il sole (1972 e 1994) e le palme (1986).




In questo primo del 1976 uno studio sulle iniziali YSL in cui la S è sostituita da un serpente e la L diventa l'espediente della scritta Love.

    
 




Questo del 1972 rappresenta perfettamente la forza del sole del Nord Africa insieme alla arte psichedelica hippy vissuta in quel periodo.












In quello del 1977 una figura femminile dai tratti orientali è semi-nascosta dietro un paravento firmato Love, che si trasforma in una figura coperta da uno chador. 






L'uso di uno stile minimalista e astratto in queste carte degli anni '80 è notevole. 













Quello del 1986 è realizzato in forma di collage, in una grafica molto semplice, ma allo stesso tempo molto riconoscibile. È la rappresentazione della fontana del Jardin Majorelle, con il blu cobalto e il giallo penetrante del sole. Yves e Pierre Bergé acquistarono questa proprietà nel 1980.  





































Tutte le foto sono © Fondation Pierre Bergé - Yves Saint Laurent, Parigi 



Rames Gaiba
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