28 giugno 2017

BOTTONE

Bottone - dal francese medioevale bouton, originariamente, germoglio, bocciolo.

Piccolo dischetto o pomolo di materiale vario che cucito a un lembo di un capo di vestiario viene infilato nell'asola per tenere unita l'allacciatura (rare volte è usato solo come elemento decorativo, sopratutto negli abiti femminili). Ha subito nei tempi tutti i mutamenti della moda assumendo diverse fogge, a volte di forma importante e materiale prezioso, altre di piccole dimensioni e di materia povera. Bisogna fare molta attenzione nella scelta: se sono troppo pesanti rispetto al tessuto possono tirarlo. Per stoffe di peso leggero o medio è meglio usare modelli leggeri e piatti.

I bottoni possono essere di materiali diversi, e sono lavorati con una tecnica speciale per ognuno di essi (tornitura, stampatura, foratura, ecc.). Molto importanti risultano le finiture che possono essere differenti anche sullo stesso articolo (esempio: centro opaco e bordo lucido). Le incisioni laser in superficie concorrono alla personalizzazione dell'articolo che, con questa tecnica, s'impreziosisce del logo o di un motivo a richiesta del cliente. Il laser rappresenta proprio una delle tecnologie più recenti che ha una resa di altissimo livello specialmente su materiali naturali (corozo, madreperla, ecc.), galalite, metallo.

Francese: bouton
Inglese: button
Tedesco: Knopf
Spagnolo: boton

Si dividono in:

Bottoni naturali - Animali: avorio, osso, corno, unghia, madreperla, tartaruga, corallo, ambra, cuoio, ecc.; Vegetali: ebano, mogano, tek, corozo, palma dum, tessuti, cartoni pressati, gavazzo o legno fossile, ecc.;   Minerali: oro, argento, rame, bronzo, peltro, platino, alluminio, ottone, alpacca, zama, tombacco, similoro, vermelle, latta, acciaio inossidabile, pietre dure, semipreziose, vetro, cristallo, porcellana, ecc.

Bottoni sintetici (resine) - Il bottone sintetico è quello con la maggiore diffusione sul mercato, e permette di imitare qualsiasi tipo di superficie da quelli naturali fino a quelle fantasia con giochi di colore ed effetti grafici. I materiali di base vengono preparati in lastre o barre, che sono le basi del ciclo di lavorazione. In seguito dalle lastre e dalle barre vengono tagliate le rondelle o dischetti di vario diametro (semilavorato) e infine si arriva al bottone finito. Il principale materiale è il poliestere, la galalite, resine uriche, ABS nylon, acrilico, ecc.

I bottoni piatti sono spesso forati per permettere il passaggio del filo con cui vengono cuciti all'indumento. Quelli di metallo sono provvisti di un gambo in cui passa il filo.

Altri tipi di bottone sono:
  • Bottone da passamaneria - Hanno un fondello interno (in  metallo stampato o in legno ritagliato e tornito) ricoperto di stoffa.

Francese
: bouton revetu de tissu
Inglese: fabric convered button
Tedesco: stoffbezogener Knopf
Spagnolo: boton forrado de tela
  • Bottone a pressione - Consiste in due sezioni: la parte esterna del bottone (ovvero la testa dello stesso, che è quello sulla calotta e che si presta alla personalizzazione) si fissa con l'occhiello; la parte interna penetra nel tessuto dall'interno del vestito e viene fissato nel gambo del bottone per mezzo di una macchina speciale. Non ci sono fili che si disfano o vengono abrasi e la larga base di tenuta distribuisce il carico che viene posto al bottone quando viene usato. Le due parti possono essere di ottone o acciaio e il bottone può avere un disegno decorativo o logotipo, ma deve resistere alla ruggine. Una volta attaccati al capo, non possono essere spostati e così è importante che il posizionamento sia molto accurato. Il tessuto del vestito deve essere sufficientemente forte per sostenere lo stress al quale un simile bottone sarà soggetto, con l'aggiunta di un rinforzo se necessario. E' realizzato con i materiali più diversi, dal classico ottone, alla zama, dalla plastica all'alluminio; l'acciaio inox si utilizza invece sui capi da lavoro (esempio: personale ospedaliero, addetti all'industria chimica).

Francese: bouton à pression
Inglese: snap fastener; spring button
Tedesco: Druckknopf
Spagnolo: corchete a presion; boton a presion
  • Bottone automatico - Gli automatici o borchie sono disponibili in una varietà di forme, ma tutte sono composte da quattro elementi: un cappuccio e uno zoccolo che si adattano l'un l'altro e formano la parte esterna della chiusura, denominata femmina, poi un bottoncino e un sostegno che formano la parte interna della chiusura, denominata maschio, che normalmente non si vede quando il vestito è chiuso. Il cappuccio e il sostegno possono consistere anche di anelli dentati, quando questa chiusura viene usata in abiti di peso leggero, per applicazioni non decorative. Le chiusure ad anello sono le uniche adatte per essere usate sui tessuti a maglia. Questi tipi sono indicati per tutine da gioco per bambini e pigiami e sono progettati per evitare di forare il tessuto con grandi fori. Le rotture di solito si verificano per il metodo di applicazione piuttosto che per i difetti del bottone automatico. Essi non dovrebbero mai essere attaccati attraverso un solo strato di materiale, ma bisognerebbe usare un tessuto di rinforzo sul rovescio, specialmente con i tessuti a maglia. La misura usata deve essere adatta allo spessore e al peso del tessuto.

Francese: bouton brevet
Inglese: patent button
Tedesco: Pateniknopf
Spagnolo: boton automatico


Jeremy Scott per Moschino - stagione P/E 2015

L'unità di misura di questi accessori è il lineato (deriva dalla parola francese ligne, che indica il diametro interno d'uno stoppino rotondo appiattito), che si riferisce al diametro del bottone, ed è espresso in mm. I bottonifici tedeschi la usavano come misura di riferimento agli inizi del XVIII secolo e oggi è diventata lo standard internazionale. I bottoni possono essere di tutte le dimensioni, da un minimo di 4 mm. a veri propri  maxi ricordando nelle misure quelli dei "piatti da tavola". I modelli a due o quattro fori e le misure standard permisero la meccanizzazione del processo di applicazione dei bottoni e della cucitura delle asole, abbassando i costi e velocizzando la produzione.

Misure comuni dei bottoni
Lineato (Lin.)
ø mm.
14
8,9
16
10,2
18
11,4
20
12,7
22
14
24
15,3
28
17,8
30
19
32
20,3
34
21
36
22,9
40
25,4
44
27,9
60
38

L'unità di misura dei bottoni (confezione) è la
grossa equivalente a 144 bottoni.
I bottoni al fondo manica delle giacche sono a volte cuciti leggermente sovrapposti, secondo i dettami della sartoria più raffinata.

Sono equiparabili ai bottoni i gemelli,  costituiti da due parti, piatte o tondeggianti, che si infilano nell'asola dei polsini della camicia per tenerli ravvicinati.

STORIA - Ignoti nell'antichità classica se non come ornamenti, i bottoni nella loro attuale funzione, appaiono nel XIII sec. insieme con gli abiti attillati. Furono dapprima di materie preziose, ma anche di ottone e di rame. Manifatture di bottoni sorsero in Inghilterra alla fine del XVII sec. Il secolo d'oro del bottone è il Settecento. Fino ai tempi relativamente recenti il bottone ha riguardato quasi esclusivamente l'abbigliamento maschile, che se ne fregiava in lunghe file sia in corrispondenza delle aperture anteriori delle marsine, sia sulle maniche, sia sulle tasche, fino, talora, a superare il numero di ventiquattro esemplari su un solo capo, mentre alle donne, cui i bottoni erano in molti casi proibiti, erano riservati lacci e ganci per chiudere le vesti.

CURIOSITA' - Il collezionismo di bottoni è tradizionalmente una prerogativa del mondo anglosassone. Si conoscono bottoni che rappresentano paesaggi e figure, talora dipinti da illustri pittori, che non disdegnavano questa attività come mezzo di sostentamento; altri in metallo e pietre preziose che li rendono simili a gioielli, altri in strass, malto o porcellana. Vi sono bottoni che rappresentano figure classiche, eseguiti nei materiali più vari, dalla ceramica alle conchiglie, alle pietre dure. Alcuni bottoni hanno immagini che sono veri e propri manifesti politici, come quelli che inneggiano ai personaggi del Risorgimento italiano.


Rames Gaiba
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27 giugno 2017

FORMALDEIDE

Formaldeide - composto da form (ico) + aldeide.


Chim. - Nome dell'aldeide formica. Sostanza chimica gassosa derivata dal metano. Bolle a - 19° C e solidifica polimerizzando. Si misura la concentrazione (Conc.) per parti di milione (ppm). Norma UNI 8647. E' un gas inodore pungente e irritante per gli occhi, mucosa nasale e pelle (provoca eruzioni cutanee, irritazioni ed eczemi). A causa della sua volatilità è contagiosa; se si mette un capo contenente formaldeide, questo secondo capo diverrà infetto. Il rilascio di formaldeide è più elevato quando i prodotti sono nuovi e diminuiscono nel tempo, anche se spesso ci vogliono mesi. La formaldeide è idrosolubile e quindi viene scaricata ad ogni lavaggio.

Nel 2004 è stata riconosciuta dallo IARC (International Agency for Research on Cancer) tra quelle cancerogene per l'uomo, per alcune forme di tumori alle prime vie respiratorie. A seguito di norme ecologiche si tende sempre più a non utilizzarla. I limiti raccomandati da organismi internazionali, normative nazionali vanno da 0,05 a 0,08 (OMS).

Valori limiti su indumenti destinati a:
- Bambini fino a 2 anni                      29 ppm
- Abiti a contatto pelle                       30 ppm
- Abiti senza contatto con la pelle   300 ppm
- Altri indumenti                               300 ppm

Viene utilizzata nei finissaggi, in tintoria come mordente, nei leganti per stampa a pigmento, negli addensanti per paste da stampa, nei fissatori dei colori, nei leganti per resine e colle (floccati, resinati, ecc.), nei trattamenti di stabilità dimensionale, nei trattamenti antipiega, nelle finiture idrorepellenti, ecc., per la concia delle pelli.           

Metodo analitico: EN ISO 14184-1

Secondo uno studio del 2015 in materia dermatologica, condotto presso la Columbia University di New York, un buon sistema precauzionale partirebbe dalla misura igienica del doppio lavaggio del capo in tessuto prima del suo utilizzo, perché la formaldeide è un conservante altamente allergizzante.



Rames Gaiba
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26 giugno 2017

GOTS - Global Organic Textile Standard

GOTS - Global Organic Textile Standard. 

Certificazione di qualità, riconosciuto come il più importante standard internazionale dei prodotti tessili realizzati con fibre naturali da agricoltura biologica. Lo standard definisce criteri ambientali e sociali molto restrittivi che si applicano a tutte le fasi della produzione.

La norma comprende la lavorazione, la fabbricazione, l'imballaggio, l'etichettatura, il commercio e la distribuzione di tutti i tessuti.

Lo standard prevede una suddivisione in due etichette: 
  • Etichetta- grado 1: organico.
    Il prodotto tessile che utilizza il marchio GOTS  «organic» deve contenere almeno il 95% di fibre organiche certificate,
  • Etichetta-grado 2: realizzato con X% di fibre organiche.
    Il prodotto tessile che utilizza il marchio
    GOTS  «made with organic» deve contenere almeno il 70% di fibre organiche certificate e non può superare il 30% di fibre non organiche, ma non più del 10% di fibre sintetiche.

Nei criteri chiave per la trasformazione e la produzione sono inclusi fra l'altro che  tutte le sostanze usate per lavorare le fibre devono essere rigidamente controllate: divieto di utilizzare elementi critici come metalli pesanti, formaldeide, solventi aromatici, organismi geneticamente modificati, o enzimi cancerogeni. Gli sbiancanti non possono contenere cloruri, i coloranti non possono rilasciare ammine cancerogene, le stampe non possono prevedere l'uso di ftalati o PVC.


I prodotti finali possono includere, ma non sono limitati, i prodotti in fibra, i filati e i tessuti. Lo standard non stabilisce criteri per i prodotti in pelle.

Creato nel 2006  è sostenuto dalle più importanti organizzazioni che promuovono l'agricoltura biologica. L'ultima versione è quella 5.0 ed è stata pubblicata il 1 marzo 2017.





Rames Gaiba
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24 giugno 2017

Colori italiani

E' raro che una città o una zona siano identificate con un colore, è un fenomeno tipicamente italiano:

Terra di Siena, rosso Bologna, rosso Pompeiano, rosso veneziano, giallo Parma, giallo Napoli, verde brentonico (nella zona del Brenta), e, nelle vicinanze, il giallo d'Istria.



Colore Terra di Siena bruciata



Colore rosso mattone per il portico della Cattedrale Metropolitana di Bologna


Maschere pompeiane, con lo sfondo nel caratteristico rosso 


Rosso veneziano


Parma, interno del Parco Ducale,
caratteristico il suo color "giallo Parma" delle sue facciate


Giallo Napoli


Palazzo Eccheli Baisi a Brentonico, Trento
con il suo caratteristico verde  



Rames Gaiba
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23 giugno 2017

MADRAS

Madras - dal nome della città indiana Madras, così chiamata dall'aramaico màdrasa, «luogo di studio», composto dal prefisso di luogo ma- e darasa, «studiare» dove, alla fine del XIX secolo, questa stoffa veniva fabbricata. Ora questa città è chiamata Chennai. Il termine oggi appartiene al linguaggio internazionale dell'abbigliamento. 


1a. Tessuto realizzato in fil coupé o garza inglese (variante dell'armatura tela), generalmente in cotone, allestito con filati di colore diverso sia in ordito che in trama. Solitamente è  a quadri asimmetrici o righe  irregolari, in colori vivaci, e di solito senza sfondo bianco. Viene anche realizzato in seta a righe e quadri sovrapposti. Può essere prodotto anche su telai jacquard.



1b. Oggi il termine madras identifica solo la fantasia (anche nella versione stampata), indipendentemente dalle fibre impiegate. La categoria di questi tessuti è tra le più libere nelle interpretazioni; si dicono madras tutti i riquadri non  classici, con note d'ordito e di trama irregolari, anche diverse fra loro. (Mariella Azzali, Dizionario di Costume e Moda, ed. m.e. architectural book and review, 2015, voce "madras", pp. 534-535)

IMPIEGHI: È usato nella camiceria estiva, e nell'abbigliamento nella versione leggera e trasparente per giacche da uomo e pantaloni molto vistosi, per giacche di spezzati e gonne. Si utilizza anche in arredamento.



STORIA - Questo tipo di stoffa veniva originariamente tinto con sostanze naturali e tessuto su telai a mano con intreccio a tela rada tipo garza. In virtù di questa caratteristica nell'autentico madras il colore tende a perdere brillantezza e a schiarirsi nel tempo creando un effetto chiamato bleeding madras, [1] molto apprezzato dagli intenditori. (Stefanella Sposito, Archivio tessile, ed. Ikon, 2014, voce "Madras", p. 76). Oggi gli stilisti spesso lo ripropongono  per le loro collezioni di abiti interi (in passato anche Moschino, Westwood, Kawakubo) in un revival anni '50. 


[1] Il bleeding madras è in cotone, con fili molto lenti e simile a quello della garza.  

Rames Gaiba
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22 giugno 2017

CASTING

Casting

Leggera sopratinta marrone, nera o grigia chiara spesso usata sul tessuto denim. Il trattamento crea un generale effetto d'invecchiamento. Anche se chiamata tintura al caffè o tintura al tè, secondo la nuance, questo "effetto sporco" è ottenuto con i coloranti sintetici.

tessuto, ditta pratese, 2012
capo trattato con tintura a freddo. 




Rames Gaiba
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PASHMINA

Pashmina - da Pashmineh (پشمینه), dal persiano pashm, ovvero "interno", che si riferisce al sottopelo della "Capra Hircus" che indica la lana cashmere.

Fibra della capra Hircus (Chyangra), specie semiselvatica, che vive sull'altopiano montagnoso delle regioni himalayane del Nepal e Tibet, che fornisce una lana preziosa, fra le più costose del mondo. L'animale vive in libertà attorno ai 4000-4500 metri di altitudine, nutrendosi in modo spartano (nella sua dieta compare la rosa alpina); questi fattori, unitamente alla predisposizione genetica, consentono la crescita di un manto lanoso tra i più fini (la fibra ha un diametro di 12 micron contro i 16 dei migliori cashmere) e caldi, che proteggono dal freddo e dalla malnutrizione. La raccolta della fibra avviene due volte all'anno nella misura di 50-100 grammi dell'animale femmina e 100-150 grammi del maschio. Le tonalità naturali della lana sono tre: il bianco, il bianco grigiastro e il grigio. La prima fase della lavorazione consiste nel liberare la lana dai peli più grossi, così depurata essa viene poi filata a mano.


IMPIEGHI: Si producono tessuti di gran pregio, in particolare scialli, con la particolare frangina, indossati dalle donne del Nepal (ed in minima parte anche tappeti), ma oggi la loro produzione è destinata anche all'esportazione. Lo scialle può essere in 100% pashmina, o in misto seta (con una % fino al 30). La seta viene aggiunta in ordito per conferire maggiore durata e corpo al prodotto, che però perde un po' della sua bellezza e delle proprie qualità intrinseche di leggerezza.

CODICE TESSILE: WS (EURATEX), che indica il cashmere (è di fatto una qualità più pregiata dello stesso).


STORIA - Originariamente però il nome riguardava unicamente una stola lunga due metri, finemente ricamata, che nel Medioevo soltanto i Maharaja o le signore dell'alta società potevano permettersi, e che venivano poi trasmesse in eredità alle figlie.



Rames Gaiba
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21 giugno 2017

PILE (tessuto)

Pile [pail] - termine inglese.

Stoffa realizzata in tessitura, in maglia gettata e in maglia rasata. In quest'ultimo caso, si utilizza il jersey bouclé. Sulle due facce della stoffa vengono viene poi eseguita una spazzolatura finale (in inglese fleece) che serve a creare l’aspetto soffice e a pelo raso. Tessuto morbido e peloso, idrorepellente e isolante, caldissimo. Il pile è una fibra sintetica a base di poliestere, ottenuta da materiali quali il PET (polietilene tereftalato) in pratica, le bottiglie di plastica riciclate. Il PET viene frammentato in scaglie, chiamate "flake", delle dimensioni dei coriandoli. Per le applicazioni nel settore tessile le scaglie di PET vengono trasformate in batuffoli, simili a quelli del cotone, sottoposti a cardatura e raccolti in matasse di filato col quale verrà tessuto il pile. [1] Nella sua composizione, oltre al poliestere, possono essere aggiunte altre fibre, come poliammide, acrilico ed elastan.   Grazie alle sue qualità, tra cui la semplicità nel lavaggio (a 30°C o 40°C) e la rapida asciugatura senza stiratura (easy-care), la famiglia dei tessuti di pile si è a poco a poco arricchita di infinite varianti, con mano, pesi (dalla versione "peso seta" silkweight a quella loft progettata per attività outdoor in condizioni di freddo intenso), peculiarità e prestazioni diverse. Il marchio più conosciuto nel pile è il Polartec ® (fibra in poliestere). [2]
Oggi è possibile lavorare la superficie in modo da ottenere effetti speciali, a volte davvero glamour. Esiste anche un tipo di pile jacquard, prodotto di alta qualità, realizzabile con qualsiasi disegno, impiegato soprattutto dall'haute couture. Ecco allora il pile dall'aspetto tweed, l'effetto spina di pesce, le cordonature più o meno sottili e il look "lana tricot" o "lana vissuta", che si aggiungono ai già noti nido d'ape, costine e alla superficie che ricorda il piqué di cotone, o le varie spalmature. Fra le più recenti novità, ad alto tasso di tecnologia, c'è un pezzo-cult il Polartec Thermal Pro Biomimicry che imita (nel vero senso della parola) la pelliccia degli animali. Il suo punto di forza è il doppio manto, perché sotto al pelo lungo che lo caratterizza c'è un "sottomano" più fitto, morbido, vellutato. Per ogni singolo pelo di copertura ci sono 5-10 peluzzi esili e piumati, che formano una sorta di vestito aderente alla pelle, con il vantaggio (gli stessi che godono i gatti o gli orsi) che questo vello protegge perfettamente dal freddo e dalle intemperie e, in più, è sottile, leggerissimo, eccezionalmente traspirante.

Utilizzato specialmente per indumenti sportivi o da montagna, ma anche per realizzare pigiami, T-shirt ed altri accessori abbigliamento, dai berretti ai guanti alle pantofole.


[1] Stefanella Sposito, Archivio tesssile, ed. Ikon, 2014, voce Pile, p. 269
[2] Nel marchio Polartec il grado di isolamento termico è definito da un numero: Polartec 100, per sweater di peso medio e indumenti intimi molto leggeri; Polartec 200, fibra standard, calda e versatile, con cui si producono la maggior parte dei capi in commercio; Polartec 300, adatto alla realizzazione di capi tecnici.   

STORIA - Nasce nel 1979 dalla messa a punto di una fibra sintetica ricavata dal poliestere, da parte della ditta americana Malden Mills, che deposita il marchio Polartec.



Rames Gaiba
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20 giugno 2017

PIBIONES (PIBIONIS)

Pibiones - in sardo significa "acini d'uva".

Tecnica tradizionale di tessitura a grani chiamata a “pibionis” (o “pibiones”, dove i piccoli anelli di filato (pipiolini) sporgono dalla superficie del tessuto formando un disegno. È un tessuto abbastanza pesante e compatto ad armatura tela o, più frequentemente, a saia 2/2, dove il disegno è creato da un filo supplementare, di titolo maggiore di quelli che costituiscono la tela di fondo.

Il disegno è realizzato portando i pibiones in rilievo rispetto alla superficie di tessitura. Questo può essere fatto mantenendo lo stesso colore di base, o dando a  questo rilievo uno o più colori diversi affinché il motivo sia maggiormente evidente. Nascono così tessiture a “tessuto pieno” dove i pibiones sono strettamente addossati gli uni agli altri a formare una superficie uniforme movimentata da un disegno ottenuto con i cambi di colore, e tessiture a “tessuto semipieno” dove gli spazi tra i pibiones mettono in evidenza la tessitura sottostante. Per la sua creazione si utilizza un telaio orizzontale.

I filati impiegati possono essere la lana, il cotone, il lino, ecc.



Questo tipo di tessuto si utilizza per sofisticate tovaglie, tende, asciugamani e copriletti, ma anche per borse o oggettistica varia.




È tipico delle aree centrali e orientali della Sardegna (in particolare di Samugheo).





Rames Gaiba
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19 giugno 2017

VISCOSA


Viscosa - da viscoso.

Fibra artificiale detta raion-viscosa. In filo continuo (di aspetto serico) e in fiocco (simile al cotone). E' ottenuta dalla cellulosa molto pura. La sua materia prima è il legno (alberi di "pino del sud", a crescita veloce), o è costituita dai linters di cotone, trattata con soda caustica (processo di mercerizzazione) che trasforma la cellulosa in una specie di "sale", detto alcali cellulosa, che viene addizionato con solfuro di carbonio; si forma così lo xantogenato di cellulosa, una sostanza solubile in una soluzione di idrato sodico. In questo modo la cellulosa, insolubile in acqua, è stata trasformata in una sostanza solubile in acqua: la soluzione viene fatta passare attraverso un disco con sottili fori (estrusione); i filamenti liquidi che escono dalla filiera passano attraverso una soluzione di acido solforico che scompone lo xantogenato di cellulosa sotto forma di sottili fibre.

CARATTERISTICHE: mano dolce e aspetto serico (eccellenti caratteristiche estetiche per proprietà di brillantezza e drappeggio), comfort tipico delle fibre vegetali, buona resistenza all'usura (allo stato asciutto), elevata capacità di assorbimento dell'umidità , ottime proprietà di traspirabilità, antistaticità. Ha un eccellente mischiabilità con tutte le fibre naturali, artificiali e sintetiche; ha facilità di tintura e stampa, con risultati di solidità tinte al massimo livello. E' biodegradabile.

IMPIEGHI: Sia nel campo dell'abbigliamento (in filo continuo per tessuti serici o foderame; come fiocco per tessuti di tipo cotoniero) che dell'arredamento.

CODICE TESSILE: VI (EURATEX)

Inglese: Viscose
Francese: Viscose
Tedesco: Viskose
Spagnolo: Viscosa


STORIA - Punto di partenza è l'acquisizione della conoscenza del fatto che tutte le fibre vegetali hanno in comune un unico elemento costituente, la cellulosa. Nell'anno 1839 il francese Payen riuscì ad isolare per la prima volta cellulosa da un albero. Per fare questo fu necessario separare la cellulosa dal secondo elemento costituente del legno, la lignina. Questa separazione della cellulosa dalla lignina è di particolare importanza per la produzione industriale della viscosa. All'Esposizione Universale di Parigi del 1889 il francese Conte Chardonnet presentò una piccola macchina per filatura che realizzava dei fili lucidi da una sostanza allo stato liquido: la nitrocellulosa. Chardonnet aveva presentato domanda di brevetto della sua invenzione già 5 anni prima. La sua richiesta di brevetto portava il titolo «materiale tessile artificiale simile alla seta». Era nato il concetto di seta artificiale. A parte i successi iniziali non si affermò mai sul mercato: era facilmente infiammabile. Purtuttavia Chardonnet ebbe, con il suo brevetto, un'influenza decisiva sugli ulteriori sviluppi. Il chimico dr. Max Fremery di Colonia e l'ing. Johannes Urban di origine austriaca dal 1891 producevano, nel piccolo villaggio renano di Oberbruch, lampadine a incandescenza. Nella ricerca di un materiale per i filamenti incandescenti essi riuscirono a rendere solubile la cellulosa naturale del cotone in cuproammonio ed a filare da questa soluzione un filamento per lampadine di caratteristiche migliori e di durata notevolmente maggiore. Però essi ebbero anche l'intuizione che questo nuovo filo, se lo si stirava in modo da renderlo molto fine, avrebbe potuto avere importanza per il settore tessile. In particolare non possedeva la caratteristica negativa della seta alla nitrocellulosa del Conte Chardonnet e cioè di essere facilmente infiammabile. Nasce la seta artificiale al cuproammonio (denominata a causa del suo aspetto lucente «Glanzstoff» = materiale brillante) che alcuni anni dopo portò alla fondazione della Vereinigte Glanzstoff-Fabriken. Negli anni dal 1892 al 1897 il procedimento fu così perfezionato che il 1° dicembre 1897 poté essere presentata domanda di brevetto. Due anni più tardi, il 19 settembre 1899 Fremery e Urban fondarono a Elberfeld la Vereinigte Glanzstoff-Fabriken. 

CURIOSITA' - Durante il ventennio fascista la paludosa e malarica zona intorno al piccolo paese di Tor Zuin, nella bassa friulana (siamo nella provincia di Udine) fu bonificata e divenne sede di una delle più importanti industrie di produzione di fibre di cellulosa. La SNIA Viscosa associò una parte del nome alla nuova cittadina che ora si chiama appunto Torviscosa, costruita tra il 1937 e il 1942, che tutt'ora resta uno dei centri più interessanti di archeologia industriale. A seguito della politica autarchica del fascismo e degli esiti della crisi del 1929 l'industrializzazione del nostro paese si trovò nella necessità di approvvigionarsi di fonti primarie. Tra queste vi era il legname per la produzione di cellulosa. La scarsità e l'importazione spinsero i tecnici dei laboratori SNIA a mettere a punto un procedimento di produzione della cellulosa partendo dalla “canna gentile” (Arundo donax), di cui fu depositato il brevetto nel 1935. La fabbrica fu inaugurata il 2 settembre 1938 da Benito Mussolini. Ora questo importante sito di archeologia industriale è curato dalla Fondazione di Torviscosa, ed è legata al nome di una grande azienda italiana, la Snia Viscosa, che nel 1937 scelse questo sito per un importante insediamento agricolo e industriale per la produzione di fibre vegetali da cui ricavare la cellulosa. Il vero protagonista fu Franco Marinotti, allora amministratore delegato di Snia. Uomo poliedrico e imprenditore energico, Marinotti, decise le strategie industriali e finanziarie, scelse l’architetto che avrebbe progettato la nuova città e gli artisti che la dovevano arricchire di monumenti. Gli storici di architettura e di urbanistica hanno coniato per questi centri la formula, “città di fondazione” per sottolineare le peculiarità, nel contesto urbano italiano, di queste tipologie edilizie caratterizzate da architetture di regime.


Mussolini all'inaugurazione fabbrica il 2 settembre 1938
Immagine dell'epoca (anni '40) di Torviscosa


Torviscosa (Udine)
stabilimento centrale - viale principale



Bibliografia

  • a cura della Akzo, Viscosa. Una Storia naturale, Ed. Akzo, s.d. ma 1998 (libro pubblicato per i cento anni della prima fabbrica Enka a Oberbruch, in Germania).


  Rames Gaiba
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