28 luglio 2016

PANNO LENCI: storia di una bambola e del marchio Lenci, da "Ludus Est Nobis Constanter Industria" a "Ars Lenci"


Bambole Lenci: dal 1919 al 2002


Un nome, una garanzia. Dal diminutivo tedesco di Elena Koning Scavini, Helenchen poi Lenci [1], da cui il 23 aprile del 1919 fu creato l'acrostico, unendo le iniziali delle parole,  di un motto latino: Ludus Est Nobis Constanter Industria ("Il gioco è per noi Costante lavoro").  Degli ottantatre anni di Lenci quelli fra le due Guerre Mondiali sono all'insegna del genio artistico della fondatrice. La Lenci non fu una creatrice artistica solitaria: il suo studio era aperto ad altri artisti, quali Marcello Dudovich (noto cartellonista ed illustratore), Giovanni Riva, Mario Sturani, Gigi Chessa, Sandro Vacchetti (direttore artistico della Lenci), Claudia Formica, Mario Pompei (scenografo, illustratore e scrittore italiano), Giuseppe Porcheddu (illustratore, ceramista e pittore italiano).

Si tratta dei modelli n. 102 (la donna) e 103 (l'uomo) illustrate come bambole
della ditta Scavini in una pubblicità della rivista Playthings
dell'ottobre 1920 [2]

Modello originale, che ha ispirato queste due bambole [3] 


La prima esposizione di bambole in feltro, che "non era una stoffa tessuta, ma erano tanti pelini di lana pressati" fu a Zurigo (Svizzera).




Seguì nel 1925 una esposizione a Parigi (Francia), dove la Lenci fece amicizia con la Baker (nota soubrette), e la ritrasse in una bambola. Una bambola Lenci color cioccolato, con vistose labbra in panno rosso e un gonnellino di banane, ad esempio, le somiglia molto. Anche Mistinguett (attrice e cantante francese) ebbe la sua bambola ritratto (1924). Nè sfuggi al ritratto Rodolfo Valentino (1927). Un'altra, con faccino birbone e i mitici riccioli d'oro, è la copia perfetta di Shirley Temple che la teneva sempre in  mano nel film del 1936 Bright Eyes, regalo del regista. Ora, questa preziosa pupa è custodita nella "Shirley Temple Collection", in California, che conta pezzi rari.  


Contadinella con oca, della Lenci (1929)
da: Piccolo Museo di Bambole e altri Balocchi - Ravenna


La produzione degli anni '20, per esempio, oltre alle bambole comprendeva anche un assortimento completo di animali in feltro e peluche ed una serie di personaggi tratti dalle favole o dai cartoni animati, come Capitan Uncino e Gamba di Legno. Grazie a questo morbido feltro di lana leggero la produzione si estese agli abiti per l'infanzia ed ai costumi di carnevale, disegnati da Mario Sturani (noto pittore e scultore), e addirittura alle decorazioni per arredamento: paralumi, cestini ed altri oggetti, che compiacevano il gusto della borghesia degli anni Venti.  




Espose poi a Roma e a Milano, alla III Biennnale di Monza (1927) e là il Duce si complimentò con lei. La regina Elena andò a visitare la fabbrica di Torino "Anche lei voleva avere bambole per fare regali".  




Il successo internazionale della Lenci, infatti, continua presso i collezionisti ad essere legato alle bambole di grandissima fattura artigianale (abiti in panno leggero dai colori brillanti, cuciti a mano, così come a mano sono delicatamente dipinti i volti), nate per bambini ma dotate - come scrisse Ojetti - "di un'originalità d'invenzione così arguta e di una delicatezza d'esecuzione così raffinata che i grandi le ammirano e desiderano quanto i bambini". "Chiara", una bambola del 1930 fu fatta omaggio, per via della sorprendente somiglianza con la nobildonna inglese, a Lady Diana, nel 1985, come benvenuto in Italia dalla principessa Donà delle Rose. Ma non è l'unico caso nella storia della Lenci. Nel 1956, il comitato d'onore del Principadi di Monaco che organizzò le nozze del principe Ranieri con Grace Kelly, commissionò alla famiglia Garella (i secondi proprietari) due bambole con i vestiti monagheschi da regalare agli sposi. Ora le bambole Lenci sono tutti pezzi da collezionismo, ricercatissime e molto care. Molti di questi modelli possono essere ammirati in famosi musei di New York, Chicago, Parigi e Tokio.         




Le bambole Lenci diventano presto una sorta di status symbol per l'infanzia ma anche per gli adulti amatori del genere provocatorio (si pensi a Gigolette, dall'elegante abito nero e rosso, ritratta nell'atto di fumare: provocatoria ed anticonformista, dati i tempi). Bambole del genere influenzarono perfino la moda femminile. In un articolo, pubblicato nel 1923, su "Toys and Noveltiers", rivista americana specializzata in giocattoli, si leggeva: "Stilisti e modiste ricevano ordini per abiti e cappelli come quelli che vestono le bambole italiane Lenci". Senza contare la celebre pettinatura "alla maschietta", che sembra sia stata ispirata proprio da quelle pupe.  
   

Bambole Lenci realizzate dalla omonima ditta di Torino - anni '30


Il successo implica imitazione: le bambole Lenci vengono imitate dal 1927 in poi dappertutto, da Torino a Firenze, alla Germania, Francia, Inghilterra. Le imitazioni costano meno e la concorrenza, mentre è in atto la crisi internazionale che culminerà nel 1929, crea grossi problemi alla Lenci; sarà pertanto costretta ad affiancare ai giocattoli le ceramiche (la prima collezione venne presentata nel 1928 all'Esposizione Internazionale di Torino), ed anche in questo caso fu subito decretato il successo.

Vi sarà anche la realizzazione di capi d'abbigliamento estremamente semplici nelle linee, nei quali però la Lenci applica i suoi famosi "intarsi" di tessuto giocati su stilizzazioni di motivi geometrici o floreali e sulla vivacità della disposizione cromatica. [4]




Mentre l'azienda Lenci ha oltre seicento maestranze negli anni '30 la stretta dei debiti è fortissima e si rende necessario l'ingresso di soci. Nel 1933 Pilade Garella (contabile della Lenci), ed il fratello, acquisiscono il cinquanta per cento delle quote, e diventereranno proprietari esclusivi nel 1936; nel 1937 la signora Lenci si fa assumere come direttrice artistica fino al dicembre 1940, anno in cui esce definitivamente dalla fabbrica non più sua, e che commercializza edizioni ridotte delle sue bambole con il nuovo nome Ars Lenci.          




Nelle ceramiche artistiche, ispirate al mondo nordico, danese e tedesco,  l'iconografia della produzione è vastissima: dai soggetti religiosi alle figurine di vita campestre, dagli animali mirabilmente modellati alle raffigurazioni fantasiose, dalle figurine espressione del gusto e dello stile Liberty ai vasi ed ai servizi da tè dalle forme innovative. Nei due decenni successivi, mentre numerose fabbriche tentavano di imitare la produzione torinese, bambole e ceramiche Lenci sono ormai diffuse un po' ovunque: dagli Stati Uniti al Giappone, dall'Europa al Sud America. Durante la Seconda Guerra Mondiale la fabbrica subisce ben sette bombardamenti, fino ad essere praticamente distrutta, ma neppure questo riesce a fermarla.

Pur di proseguire l'attività Pilade Garella s'inventa nuovi lavori (produce persino abbigliamento per l'Esercito). Al termine del conflitto bellico, finalmente, può riprendere a pieno ritmo la produzione di bambole e ceramiche artistiche (a quest'ultime si affiancarono, dal 1934 al 1964, quelle d'uso più comune: pioatti, vasi e servizi da caffè). Successivamente termina la produzione delle bambole classiche, con il viso in feltro modellato a caldo, che nel corso degli anni Sessanta e Settanta sarà sostituita da quelle di bambole fantasiose e grottesche, sempre in panno. Dal 1964, lunga battuta d'arresto anche per la produzione delle ceramiche. L'azienda si dedicherà esclusivamente alle bambole di panno fino al 1978, quando Beppe Garella (figlio di Pilade, scomparso dieci anni prima) decide di ripristinare le vecchie attrezzature e di riutilizzare i vecchi stampi. Si torna così a far nascere le bambole Lenci tradizionali, con il viso modellato a caldo, si torna "ai modelli che si sono rivelati dei preziosi classici senza tempo".          




Nel 1997 la Lenci s.r.l. viene venduta da Bibija Garella (figlia di Beppe Garella, a sua volta figlio di Pilade Garella) a due nuove società. Il settore produttivo (macchinari ed atrezzature in genere) alla "Bambole Italiane s.r.l." mentre i marchi ed i brevetti alla WestBay di Madeira (Portogallo). Nel 2002  sarà la sola "Bambole Italiane s.r.l. che fallisce e la Lenci s.r.l. viene liquidata nel 2005; tuttavia il marchio rimane al successore della seconda proprietà, per cui nessun altro può riprendere la produzione di bambole Lenci. 


[1] Helenchen Konig - subito Lenci, Lencina in famiglia e tra gli amici - nasce a Torino il 28 febbraio 1886. Il padre, Francesco, è di Darmstadt; la madre, Johanna Jarmer, donna colta (parla quattro lingue) è austriaca. Francesco Konig (approda a Torino nel 1885 con l'incarico di responsabile della Reale Stazione Agraria) oltre che insigne studioso è anche pittore (espone alla Biennale di Venezia). Muore ancora giovane, lasciando la moglie e i quattro figli in gravi difficoltà economiche. La vedova fronteggia la situazione vendendo - uno ad uno - i preziosi pezzi di famiglia e dando lezioni di lingue. Lenci e la sorella Gherda, spiriti avventurosi, si aggregono al circo di madame Nouma Hawa. Dopo alcuni mesi, lasciato il circo, dapprima con la madre - poi da sola - va in Svizzera, Austria, Ungheria e Germania, dove si adatta a fare tutti i mestieri: bambinaia, traduttrice, dama di compagnia, rappresentante. A Dusseldorf - nel 1907 - ottiene il diploma di maestra fotografa e apre uno studio che, presto diventa punto d'incontro per molti artisti tedeschi. Allo scoppio della guerra gli intricati "nodi" della nascita vengono al pettine e, nel 1914, sceglie definitivamente l'Italia. Nel 1915 sposa Enrico Scavino. Nel 1917 muore di spagnola la primogenita Gherda. Per superare il dolore, Lenci si dedica anima e corpo alle creazioni di piccoli pupazzi, adottando il feltro Borsalino, tessuto più malleabile, e, con l'aiuto ed il perfezionamento tecnico del fratello Bubine, approda in breve tempo a risultati significativi. Nel primo semestre del 1919 fonda la ditta e deposita il primo marchio Lenci, ottenuto nel 1921. Nel 1938 muore il marito e le successive traversie familiari la inducono ad esprimersi ancora una volta attraverso l'arte: impara a scolpire il legno, tesse su telai a mano, si occupa di arredamento. Così Helenchen Konig Scavino - detta Lenci - elargisce a piene mani, fino all'ultimo, creatività. Muore a Torino nel 1974.      
[2] La Lenci ha iniziato la sua numerazione delle bambole dal n. 101 .
[3] Dall'analisi in dettaglio delle due bambole possiamo vedere che si tratta di una donna dalle sembianze di una olandese (nel modello originale porta due secchi di latte, qui andati perduti) e di un uomo sempre olandese. La donna è alta 42 cm. e ha dietro la testa il tipico zigzag della fabbrica; ha i capelli raccolti sulla testa e naturali e le orecchie sono inserite in mezzo alla testa; le mani sono a paletta con dita separate solo dalla cucitura e l'occhio ha un puntino chiaro sopra la pupilla; la bambola indossa un giacchetto blu cucito adosso, una gonna rossa e blu, una sciarpa rossa e un grembiule bianco, con una balza superiore celeste e blu (purtroppo ha perduto i suoi zoccoli, i secchi ed il cappello). L'uomo invece ha ancora il suo bottone sull'orecchio, sul quale è impresso il marchio Lenci; è alto 36 cm., ed è più grasso rispetto alla donna (anche lui ha perso i suoi zoccoli). In tutte e due le bambole la testa ruota sul collo e sono formati da cinque pezzi.  
[4] Ars Lenci 1925, p. 56.     

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Bibliografia:

Una bambola ed altre creazioni
di: Elena Konig Scavini
Editore:  Il Quadrante (1990) 

Le bambole Lenci. Le bambole di stoffa italiane
di: Michela Giorgi, Henrietta Solmavico
Editore: Idea Libri (2003)

Nei panni di una bambola. Le Lenci della collezione Grazia Caiani
di. A.A.V.V.
Editore: Palombi (2008)


Rames Gaiba
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