12 novembre 2016

ETNO FOLK A CORTINA

ETNO FOLK A CORTINA
Moda Storia Personaggi Evoluzione
a cura di Rossella Meucci Reale
fotografia di Bruna Rotunno
Ed. Renografica, 2005, p. 191


Quasi un diario fotografico di un piccolo Centro di superba bellezza che ha suggerito a chi vi è nato e a chi con il tempo ha cominciato a frequentarlo, un modo di comportarsi, vestirsi e socializzare legato all'immaginario, al Fiabesco.
Una particolare attitudine ad indossare ed intendere la Moda locale ed il Folk che richiede carattere, personalità, interpretazione. Ogni pagina, ogni scatto, rappresentano un viaggio in un Mondo che ha forti radici nel passato: da rispettare, salvaguardare, studiare e continuare a scoprire.
Non è un testo scientifico ma lo spunto per un approccio al costume tradizionale, etnico, che oggi la globalizzazione strappa dagli originali confini geografici, "prestandolo" al collezionismo, alla moda, al quotidiano. Consentendoci di attraversare territori dove le sensazioni si mischiano ai colori e la creatività di ognuno alla cultura di paesi diversi.


Il libro è contenuto dentro questa confezione di cartoncino.
foto: particolare di abito da sera (1980 circa) di sartoria cortinese.
Questa creazione prende spunto da modelli di costumi del Tirolo.





IL COSTUME TRADIZIONALE
di Amelia Menardi Illing


Gli alpigiani, per la natura stessa dell'ambiente, sono popoli di confine, mai completamente integrati nei costumi e nelle abitudini dei vicini. La natura stessa li rende diversi, nel modo di utilizzare le risorse e nell'adattare la cultura, spesso proveniente da lontano, alle proprie esigenze.
Descrivere o parlare del costume d'Ampezzo potrebbe essere noioso, mille parole non valgono una immagine, specie se fatta bene. Ma l'immagine rappresenta una realtà complessa frutto di una evoluzione dovuta a stimoli ed informazioni e cause assai diverse e disperate.
I costumi seguono da millenni l'umanità, simbolo di potere e distinzione delle classi e dei clan dominanti. L'invenzione del telaio meccanico prima e del motore a vapore dopo hanno demolito il monopolio, in fatto di costume, dei potenti. Le stoffe, merce rara e lenta da produrre, specie se di fattura raffinata, grazie alla meccanizzazione del XVIII° secolo, sono diventate accessibili a vasti gruppi sociali.
Prima di quell'epoca il costume popolare non esisteva ed il desiderio innato, specie nelle donne, di distinguersi nell'abbigliamento non poteva essere soddisfatto. Nelle Alpi, mondo appartato, la moda, tale va chiamata, del costume entra nelle valli verso la fine del settecento.
Il primo costume popolare in Ampezzo, negli ultimi decenni del settecento, è quello cosiddetto “a ra vecia” di chiara provenienza austriaca, è una imitazione dell'abbigliamento dei nobili che dominavano. Non era adottato da tutte le donne forse per la sua foggia complicata e costosa. La maggior parte vestiva in modo più semplice. Il costume “a ra vecia” scompare già nei primissimi anni dell'ottocento, ne è rimasto traccia fino ai nostri giorni solo per uso folcloristico e ricordo storico.
La base di questo costume e di quelli successivi consiste in una pesante gonna arricciata di lana nera, all'epoca tessuta in valle, unita ad un bustino scollato e senza maniche, il “ciamesoto” ed il grembiule “palegren”.
Non dimentichiamo che Cortina apparteneva al Tirolo dal 1511, soggetto alla Casa d'Austria, ma con molti legami economici con Venezia che acquistava il legname dei boschi di Ampezzo. È assai probabile che sia stata la spinta della storia a variare il costume, nato da poco. Le guerre napoleoniche ed il vento di libertà, e anche di rapina, portato dai francesi con la costituzione del Regno d'Italia, che durò pochi anni, deve aver lasciato molte tracce, perfino nel linguaggio. Ancora oggi per dire grazie usiamo “gramarzè” grand merci, per disordine “sanfason” di evidente derivazione francese.
L'albero della libertà, che i francesi avevano piantato anni prima in ogni comune occupato, ha trascinato con sé mode e costumi; non ho difficoltà a credere  che le immagini delle donne, portate dai francesi, abbiano affascinato e tentato alla imitazione le mie trisnonne. L'attenuazione della rigida sorveglianza del clero dovuta al clima politico avrà sicuramente spinto la innovazione. A me piace pensare che sia stata proprio questa innovazione politica  e sociale a diffondere la novità. Alle donne piaceva piacere e se diventava un fatto sociale non era più peccaminoso, aggiungo che i commerci  erano vivaci ed i costi abbordabili.
Nasce il nuovo, non ancora completo, costume “ra màgnes” che subirà nel tempo delle leggere trasformazioni ed adattamenti. È un vestito molto serio, elegante e castigato, abbellito da tulle ricamato a mano, possibilmente dalla stessa persona che porta il vestito, come simbolo della abilità  della donna e dello stato sociale della famiglia. È il costume usato per tutte le cerimonie importanti, religiose e civili.
Il XIX secolo vede comparire una cultura assai diversa di vestire, proveniente dal Tirolo. Alle ragazze piace il colore, la varietà dei disegni e, soprattutto, mettere in risalto col vestito la propria bellezza. Non è lecito farlo individualmente ma se lo fanno tutte è costume. Nasce un modo di vestire per tutti i giorni “di ogni giorno” “dagnadi”, detto “ra varnàza”. È il costume estivo che portavano tutte, anche le più anziane. Vestito allegro e fresco con grembiuli e fazzoletti con frange, molto colorati come sono i prati fioriti della valle, la camicetta è bianca, rifinita sulle maniche da preziosi merletti e con nastri in tinta.
Le ragazze così abbigliate erano notate dai primi alpinisti provenienti dall'Inghilterra, Germania e anche Italia, uomini ed anche donne di elevata classe sociale e cultura. Spesso nei loro diari descrivono il fascino che esercitavano, anche grazie al vestito caratteristico, le donne in Ampezzo. Si tratta di un abito che variava esclusivamente nei colori e nelle decorazione e che spesso viene confuso con il “Dirndl”, vestito tirolese, bavarese e salisburghese. La differenza sta nel fatto che tutte le donne in Ampezzo usavano la stessa foggia mentre quelle del “Dirndl” variava sostanzialmente a giudizio di chi lo portava. La  “Varnàza” veniva usata anche per i lavori di casa e di campagna e in quelle occasioni aveva sempre la stessa foggia, più semplice, senza nastri merletti e frange.
Durante l'inverno si usava 
“ra jaida”. Un giacchino nero sopra un vestito intero “ciamesoto”, con il colletto alla coreana, le maniche leggermente arricciate. Molto serio ed elegante.
Per proteggersi dal freddo si usavano gli scialli: di morbido bouclé nero per l'inverno, di tessuto pettinato di lana nera, detto “tibet” per l'estate, ornato da una frangia di elaborata fattura.
Anche oggi, come allora, su tutti i costumi si usava il cappello, quello moderno ornato da penne di struzzo.
Con il turismo, inglesi e tedeschi importano la moda dominante in Europa: è il momento delle piume, ventagli e cappelli portano quasi all'estinzione gli struzzi. Ora che è passata di moda, gli struzzi non corrono più pericoli anche perché si possono allevare.
Le donne di Ampezzo non hanno voluto essere da meno, all'inizio timidamente, poi con dovizia la piuma si insedia sul cappello, per ospitarla la tesa si allarga e si ingrandisce anche la voglia di maggior decoro e ricercatezza.
Le dame che vengono a passare l'estate in montagna hanno ori e gioielli, troppo costosi per essere imitati. All'epoca, in Ampezzo, nasce un nuovo tipo di artigianato artistico: la filigrana d'argento. Un tipo di lavorazione noto dai tempi etruschi e magistralmente descritto da Benvenuto Cellini. Il meno costoso filo d'argento viene utilizzato dagli artigiani per realizzare i gioielli delle loro donne e le adornano imitando, con una finezza e perizia insuperata, la flora locale.
Alla fine dell'ottocento la filigrana d'argento è divenuta componente stabile ed essenziale del costume assieme al granato, e per il costume estivo il corallo.
Fino alla fine della prima guerra mondiale tutte le donne d'Ampezzo, fatta eccezione per quelle forestiere sposate ad ampezzani o che vivevano in valle per ragioni di lavoro, vestivano allo stesso modo. Le prime ad abbandonare l'abbigliamento tradizionale, influenzate dalle ospiti sono state le albergatrici.
Il costume tradizionale non è mai stato abbandonato ed ha subito dalla metà dell'ottocento modesti cambiamenti, generazioni di donne lo hanno rispettato.  
 

 

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